[isf-ge] Zanotelli e Commercio Equo

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Il 21 settembre, con due lanci alle ore 5.01 e 5.13, l'agenzia di stampa 
missionaria MISNA
ha riprodotto il testo di una lettera aperta di p. Alex, indirizzata al mondo 
del
commercio equosolidale.
Eccola.

 RIFLESSIONI DI ZANOTELLI SUL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

Carissimi e carissime,
Jambo!

Grazie per lo splendido lavoro che state facendo nelle oltre 500 botteghe del 
commercio
equo e solidale (CES) sparse in Italia.
Girando per questo paese, ho trovate botteghe dove lavorano persone splendide e 
che sono
veri luoghi di condivisione, di informazione, di resistenza. Grazie per 
l?ospitalità e il
calore umano che vi ho trovato.
Ho visto il CES nascere quando ero a Nigrizia ed espandersi quando ero a 
Korogocho.
Poi l?ho conosciuto più dal di dentro quando a Korogocho iniziò la cooperativa 
Bega Kwa
Bega che ebbe il suo sbocco nel commercio equo e solidale.
Per me il CES è un grande dono, una perla preziosa per resistere al sistema. 
Sappiamo bene
poi che questo sistema economico-finanziario neo-liberista è talmente scaltro 
che può
trasformare anche questa ?perla? in un suo fiore all?occhiello.
Corriamo il pericolo di buttare le perle ai porci.
Per cui è giusto chiederci dopo 20 anni di CES a che punto siamo.
Permettetemi come compagno di viaggio di esporvi alcuni aspetti che mi lasciano 
perplesso.

1. La grande distribuzione è in rapida crescita
Sembra che la metà del fatturato alimentare del CES si venda sulla grande 
distribuzione.
Mi sembra che nei punti vendita dei supermercati non c?è uno sforzo serio di 
informazione
e coscientizzazione. Questo mi sembra tradisca lo scopo stesso del CES che è 
nato non per
mandare qualche soldo in più al sud del mondo, ma per far capire ai consumatori 
del nord
che c?è qualcosa di radicalmente sbagliato nella filiera commerciale. Scopo del 
CES
infatti è cambiare le regole del gioco perché c?è qualcosa di radicalmente 
ingiusto nel
sistema economico internazionale.
È vero che i contadini impoveriti del sud ci chiedono di vendere sempre più i 
loro
prodotti, ma non è così che risolveremo i loro problemi.
Se ci dimentichiamo che il CES è uno strumento politico per coscientizzare i 
consumatori
del nord a cambiare le regole del commercio internazionale, non otterremo 
nulla. Avremo
fatto solo carità.
Avevo ritirato il mio nome da Transfair proprio perché, a mio avviso, non 
faceva uno
sforzo sufficiente per informare coloro che comperavano quei prodotti. Ed in 
questo avevo
allora l?appoggio del CES. Ora è lo stesso CES che rischia di trovarsi nella 
stessa
situazione.

2. Lo sforzo politico è in calo
Mentre il CES a livello economico prospera, non altrettanto si può dire del suo 
impegno
politico. Trovo spesso nel CES una mancanza di sensibilità politica che mi 
sconcerta! È
incredibile per me vedere che spesso su importanti questioni politiche (non 
parlo di
partiti!), il CES non c?è. Questa mancanza della dimensione politica può 
portare a
conseguenze per me assurde.
So di certo che la Max Havelaar (il corrispettivo del CES in Svizzera) vende 
alla
McDonald?s di quel paese, quaranta tonnellate di caffè all?anno!!! E questo nel 
quasi
totale silenzio delle botteghe svizzere che trovano difficile protestare.
Ma allora a cosa serve il CES? A vender di più per aiutare i poveri?

3. Uno stimolo a consumare di più?
Se l?enfasi del CES va al primato del commercio, al vendere di più, è chiaro 
che l?invito
ad uno stile di vita più sobrio, a consumare di meno, andrà decrescendo.
Eppure è il cuore del CES che dovrebbe invitare tutti a consumare di meno, ad 
avere uno
stile di vita più semplice. Un esempio di questa tendenza è l?apertura di tante 
botteghe
durante le ?domeniche d?oro? (precedenti la festa di Natale, la festa per 
eccellenza del
consumismo mondiale).
È ovvio che in quelle domeniche si vende di più. Ma è giusto? Non rischiamo di 
entrare nel
grande giro del consumare, consumare, consumare?
Le botteghe dovrebbero essere dei luoghi dove la gente impara ad essere più 
sobria, più
essenziale.

4. Punto d?incontro, di relazioni?
Ogni bottega del mondo dovrebbe essere il luogo dove si sperimentano relazioni 
umane,
fraternità, serenità, gioia di vivere.
È un aspetto fondamentale questo per ogni bottega in una società come la nostra 
dove viene
imposta una massificante cultura, materialista e consumista, che ci riduce 
tutti a atomi,
a tubi digerenti dove non esistono più autentiche relazioni umane.
Ecco perché è così importante la bottega (con il rifiuto del supermercato!), 
dove si
sperimenta la gioia dello stare insieme, della celebrazione, dell?incontro anche
interculturale e interreligioso.
L?anima di ogni bottega dovrebbe essere una piccola comunità che ama 
ritrovarsi, far
festa, danzare la vita. Ogni comunità dovrebbe essere una comunità alternativa 
alla
cultura dominante.

5. E il volontariato?
E? sotto gli occhi di tutti la tendenza ad assumere impiegati in bottega a 
scapito del
volontariato. È chiaro che una volta che il volume commerciale di una bottega 
cresce, si
dovrà assumere personale per far fronte al lavoro. Per questo l?assunzione di 
personale
dovrebbe essere temuta entro precisi limiti.
Guai a noi se perdiamo la dimensione del volontariato in bottega.
Il rischio è che alla fine ci guadagneremo sempre noi del nord a scapito dei 
poveri ai
quali daremo le briciole. Ho potuto toccare questo con mano con la cooperativa 
Bega Kwa
Bega di Korogocho.

6. L?Africa fanalino di coda
L?Africa sembra, purtroppo, essere all?ultimo posto nel CES. E? una 
constatazione questa
che mi ferisce proprio perché l?Africa è il continente oggi più disastrato.
Ma perché il CES sta investendo così poco in questo continente crocifisso?
Perché così pochi prodotti africani nelle nostre botteghe?
Lo so, per esperienza, che è più difficile lavorare con gli africani.
Ma oggi è proprio l?ora dell?Africa!
Quand?è che il CES deciderà di investire di più in Africa?

7. E il lavoro in rete?
Girando per l?Italia, ho trovato botteghe della stessa città che non si 
parlano, che non
collaborano e che non lavorano in rete!
Ma che razza di commercio equo e solidale è mai questo?
Come fanno botteghe della stessa città a guardarsi in cagnesco, rifiutandosi 
per di più di
partecipare alla rete cittadina?
Il CES è o non è uno strumento politico di resistenza al sistema?
E non dovrebbero le botteghe di una stessa città essere le promotrici di reti 
locali che
raccolgono tutte le realtà di resistenza al sistema?

8. Comunità locali autosufficienti
Il CES non è fine a se stesso, ma deve aiutare tutte le forze critiche presenti 
sul
territorio per far nascere quelle esperienze locali alternative che permettano 
poi
l?emergere di soluzioni economiche di più vasto raggio.
?L?elemento chiave di questa prospettiva - afferma il teologo tedesco U. 
Duchrow nel suo
libro Alternative al capitalismo globale ? è di rendere le comunità locali il 
più
possibile autosufficienti e proteggerle dagli effetti dannosi del mercato 
mondiale?.
Oggi non è più sufficiente fare resistenza, ma sarà sempre più compito del CES 
creare
spazi economici locali autosufficienti.
E? fondamentale ? afferma sempre Duchrow - ?la creazione di spazi economici 
locali con
mercati locali che siano orientati al bisogno, sostenibili dal versante 
ecologico e
promuovano il lavoro?.
Il noto teologo tedesco Duchrow conclude: ?Per questa evoluzione è molto 
importante il
decentramento dell?approvvigionamento energetico con energie rinnovabili (sole, 
vento,
acqua, ?) e lo sviluppo dell?agricoltura biologica preferibilmente nella forma 
della
cooperativa dal produttore al consumatore.

Scrivo questa lettera dal Quartiere Sanità dove vivo, uno dei quartieri a 
rischio di
questa grande città di Napoli, il più grande complesso urbano d?Italia e vero 
cuore del
Sud.Vorrei proprio ricordare anche alle botteghe del Nord di non dimenticarsi 
del commercio
equo e solidale del Sud . Le botteghe si sono infatti propagate molto al Nord e 
al Centro,
ma poco al Sud.
E questo per tante ragioni. Penso che sarebbe un bel gesto se le botteghe del 
Nord dessero
una mano alle botteghe del Sud per poter decollare. E? così brutto veder che 
c?è un Nord e
un Sud anche nel CES!
Questa lettera che vi proviene dal cuore del Sud vuole essere un grido di 
allarme, ma
anche un inno di grazie per lo splendido lavoro che il CES ha fatto in questi 
20 anni.
Tutta l?Europa guarda con meraviglia alla nostra maniera di fare commercio equo 
e solidale.
Non sciupiamo questa perla preziosa che ci è stata affidata, ma rendiamola 
sempre più
strumento efficace di resistenza.
Buon lavoro.
Sijambo

Alex


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