[isf-ge] Tagli alla ricerca
- From: "Dario Rebagliati" <darioreba@xxxxxxxxx>
- To: "isf-ge" <isf-ge@xxxxxxxxxxxxx>
- Date: Fri, 24 Oct 2008 00:26:15 +0200
Anche se è un argomento che non riguarda direttamente ISF vi mando comunque
questo articolo.
E' un editoriale, tradotto, della rivista Nature del 16 ottobre, che mi sembra
scritto in modo molto chiaro e puntuale.
Mi auguro che nessuno possa accusare questa rivista di essere faziosa o
estremista!
(traduzione dal sito italiadallestero.info)
Tagli spietati
Nel tentativo di accelerare la sua arrancante economia, il governo italiano si
concentra su obiettivi facili, ma sconsiderati. È un periodo buio e arrabbiato
per i ricercatori in Italia, esposti ad un governo che mette in atto la sua
strana filosofia per il taglio dei costi. La settimana scorsa, decine di
migliaia di ricercatori sono scesi in strada per manifestare la loro
opposizione ad una proposta di legge volta a frenare la spesa pubblica. Se
passa, come previsto, la legge provocherebbe il licenziamento di quasi 2000
ricercatori precari, che costituiscono l?ossatura degli istituti di ricerca
italiani perennemente a corto di personale - e metà di essi sono già stati
selezionati per posizioni a tempo indeterminato.
Proprio durante la manifestazione dei ricercatori, il governo di centro-destra
di Silvio Berlusconi, che è tornato al governo lo scorso maggio, ha deciso che
i fondi di università e ricerca potrebbero essere usati per aiutare le banche e
gli istituti di credito italiani. Questa non è la prima volta che Berlusconi ha
bersagliato le università. Ad agosto ha firmato un decreto che tagliava i fondi
universitari del 10% e ha permesso di coprire solo una posiziona accademica
vuota su cinque. Ha anche permesso alle università di trasformarsi in
fondazioni private per ottenere introiti aggiuntivi. Dato il clima attuale, i
rettori universitari ritengono che l?ultimo passo sarà usato per giustificare
ulteriori tagli ai fondi e che alla fine li costringerà a cancellare i corsi
che non hanno grande valore commerciale, come gli studi classici o addirittura
le scienze di base. La notizia è arrivata all?inizio delle vacanze estive, ma
le conseguenze sono state comprese pienamente solo ora - troppo tardi, visto
che il decreto sta per essere trasformato in legge.
Nel frattempo, il Ministro per l?educazione, l?università e la ricerca,
Mariastella Gelmini, non si è espressa in merito a tutte le questioni relative
al suo ministero tranne quella sulle scuole secondarie e ha permesso che
decisioni governative consistenti e distruttive fossero eseguite senza fare
alcuna obiezione. Ha rifiutato di incontrare i ricercatori e gli accademici per
ascoltare le loro preoccupazioni o per spiegare loro le direttive che sembrano
richiedere il loro sacrificio. Inoltre non ha neppure delegato un
sottosegretario che si occupi di tali questioni al suo posto.
Le organizzazioni scientifiche colpite dalla legge sono tuttavia state ricevute
dall?ideatore della legge, Renato Brunetta, Ministro della pubblica
amministrazione e innovazione. Brunetta ritiene che si possa fare ben poco per
fermare o modificare la legge, anche se è ancora in discussione nei vari
comitati e deve ancora essere votata in entrambe le camere. In un?intervista ad
un quotidiano, Brunetta ha paragonato i ricercatori ai ?capitani di ventura?
[sic N.d.T.], mercenari avventurieri del rinascimento, dicendo che dar loro un
lavoro permanente equivarrebbe quasi ad ucciderli. Ciò mistifica un problema
che i ricercatori gli avevano spiegato: che la ricerca di base di un paese
richiede un adeguato rapporto tra il personale permanente e quello precario,
con i ricercatori precari (per lo più post-dottorati) che si spostano tra
laboratori di ricerca permanenti, stabili e ben equipaggiati. In Italia, come
hanno tentato di spiegare a Brunetta, questo rapporto è tutt?altro che adeguato.
Il governo Berlusconi può anche ritenere che siano necessarie delle misure
finanziare severe, ma i suoi attacchi alla ricerca di base italiana sono
avventati e poco lungimiranti. Il governo ha trattato la ricerca semplicemente
come un?altra spesa da tagliare, quando invece dovrebbe essere considerata un
investimento per costruire l?economia del sapere del ventunesimo secolo. In
effetti l?Italia ha già sposato questo concetto aderendo alla Strategia di
Lisbona 2000 dell?Unione Europea, in cui gli stati membri hanno promesso di
aumentare i fondi di ricerca e sviluppo (R&D) fino al 3% del loro prodotto
interno lordo. L?Italia, un paese del G8, ha una delle spese in R&D più basse
del gruppo, essendo appena dell?1.1%, meno della metà di quanto spendono
nazioni comparabili come la Francia e la Germania.
Il governo non deve considerare solo i guadagni a breve termine attuati
attraverso un sistema di decreti facilitato da ministri compiacenti. Se vuole
preparare un futuro realistico per l?italia, come dovrebbe, il governo non
dovrebbe riferirsi pigramente al passato, ma capire come funziona la ricerca in
Europa oggi.
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