[isf-ge] Re: [TIC] [OT] GRAVISSIMO!
- From: Cristiano Nattero <kr1zz@xxxxxxxxxxxx>
- To: isf-ge@xxxxxxxxxxxxx
- Date: Sat, 08 Oct 2005 11:08:15 +0200
Carlo Pirastru ha scritto:
> http://www.repubblica.it/2005/i/sezioni/cronaca/sbarchi3/fabrigatti/fabrigatti.html
Al link trovate un riassunto, riporto qui il testo integrale
dell'articolo e, sotto, un comunicato di Amnesty International.
Cri
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Io, clandestino a Lampedusa
Ripescato in mare e rinchiuso nel centro di permanenza temporanea,
l'inviato dell'Espresso Fabrizio Gatti ha vissuto una settimana con gli
immigrati in condizioni disumane. E' stato poi liberato con il foglio di via
di Fabrizio Gatti
Un nome inventato e un tuffo in mare. Non serve altro per essere
rinchiusi nel centro per immigrati di Lampedusa. Basta fingersi
clandestino e in poco tempo ci si ritrova nella gabbia dove ogni anno
migliaia di persone finiscono il loro viaggio e dove nessun osservatore
o giornalista può entrare. La via più veloce per infiltrarsi nella
Cayenna dell'Unione europea prevede un salto dagli scogli e qualche ora
in acqua. Se non si vuole partire dalla Libia e rischiare di affondare
con le barche sovraccariche, non esistono alternative. Così ho scelto un
nome straniero e uno stratagemma preso in prestito da Papillon, il
mitico film del 1973: per fuggire dalla Cayenna, quella vera, Steve
McQueen si butta dalle rocce e si affida all'Oceano aggrappato a una
zattera di fortuna. Solo che qui lo scopo non è scappare ma farsi
prendere. Ed è ciò che mi è successo: ripescato da un automobilista,
catturato dai carabinieri sul lettino del pronto soccorso e rilasciato
la settimana dopo, la sera di venerdì 30 settembre. Libero, con la
possibilità di andare a lavorare in qualunque città d'Europa come
clandestino, nonostante i precedenti penali e una condanna nel 2004.
Comincia e finisce così il diario di otto giorni da prigioniero
nell'inferno di Lampedusa. Il prezzo da pagare per assistere in prima
fila a umiliazioni, abusi, violenze e a tutto quanto l'Italia ha sempre
nascosto alle ispezioni del Parlamento europeo e delle Nazioni Unite. Ma
è anche l'opportunità per vivere l'immane solitudine di uomini, donne e
bambini che, nella fatica di migliorare la propria vita, hanno avuto
contro il deserto, i trafficanti, le tempeste e adesso che sono sbarcati
hanno contro la legge che dovrebbero rispettare.
Venerdì 23 settembre
Il Mediterraneo stasera ha il respiro lento. Sotto il cielo senza luna,
l'acqua non si vede. Si sente soltanto il suono, due o tre metri laggiù
ai piedi della scogliera. Prima del salto, bisogna sincronizzarsi con il
ritmo del mare. Entrare in acqua quando l'onda è più alta, sfruttare la
risacca e allontanarsi subito dalle rocce. Uno. Due. Al tre il freddo
già avvolge il corpo: da questo momento sono Bilal Ibrahim el Habib,
nato il 9 settembre 1970 nel villaggio immaginario di Assalah, distretto
di Aqrah, Kurdistan iracheno. Sugli scogli non sono rimaste tracce.
Scarpe e calze sono state affondate con quattro sassi. E anche il
rotweiler randagio che aveva deciso di seguirmi e passare la sera in
compagnia, adesso se ne sta andando un po' perplesso. Bilal non ha molto
con sé. Ha addosso pantaloni di tela neri, boxer, maglietta di cotone,
una felpa blu, un pile pesante e un giubbotto di salvataggio con una
scritta in arabo. Sul petto Bilal stringe una borsa sportiva. Dentro ci
sono tre scatolette di sardine 'Product of Morocco', tre panini ormai
poltiglia, una bottiglia d'acqua e un paio di vecchie ciabatte di
plastica. Ma quella borsa, gonfia d'aria, aiuta soprattutto a
galleggiare. È la serata ideale per buttarsi in mare senza essere visti.
Nel cielo rimbalzano le luci e i suoni di 'O' Scià', il festival di
Claudio Baglioni. Quasi tutti i turisti, gli abitanti e le pattuglie di
polizia e carabinieri sono allo spettacolo. E Bilal può nuotare
indisturbato fino a un promontorio su cui brillano le finestre di una
villa. C'è un andirivieni di ragazzi, auto e scooter. E prima che
qualcuno si accorga dell'uomo in mare, passano almeno quattro ore e mezzo.
La gente di Lampedusa e le infermiere del pronto soccorso hanno regalato
tutta la loro generosità. Ma adesso Bilal è su una macchina dei
carabinieri. I fari illuminano una strada senza uscita accanto
all'aeroporto. Poi un cancello sulla destra, decorato dal filo spinato.
Apre un carabiniere in tuta antisommossa, anfibi e pistola nella
fondina. Saranno le due e mezzo di notte. Anche se per la legge resta un
libero cittadino, da qui Bilal non può più andarsene. "Dal pronto
soccorso ci hanno consegnato questo", dice al collega il militare sceso
dall'auto. Bilal viene accompagnato a testa bassa fino a un piccolo
cortile dove aspettano altri carabinieri e un ragazzo con la divisa
della Misericordia, l'associazione che ha in appalto il centro di
Lampedusa. Il ragazzo offre un bicchiere d'acqua e quattro confezioni di
cornetti. Poi toglie da un sacchetto una maglietta di cotone e una tuta
da ginnastica: "Mettiti queste che stai più caldo", dice. "Come ti
chiami? Da dove vieni?", vuol sapere un carabiniere. "I don't
understand", sussurra Bilal, non capisco. La domanda viene rifatta in
inglese maccheronico. "Kurdistan? Ma se questo è più bianco di me, come
fa a essere curdo?", chiede un carabiniere molto abbronzato. Bilal tiene
gli occhi bassi sulle sue ciabatte logore e ascolta le voci. "Un curdo
che parla inglese. Sarà. Non è che questo è un giornalista della Cnn
infiltrato qui dentro?". "Sì, o magari è un giornalista italiano?". "Ma
va', gli italiani non fanno queste cose", risponde la prima voce.
Pericolo scampato. "Bilal, you must tell ze verity", urla un
carabiniere, devi dire ze verity. "Ze verity, understand? Se no bam
bam", e mima gli schiaffi. Verity? In inglese verità si dice truth. Sarà
un errore o un tranello? "Bilal vieni", chiama il ragazzo della
Misericordia. Trascina un materassino di gommapiuma preso da una pila di
materassi. Lo sistema in corridoio, tra una fila di cessi puliti e la
porta di un altro gabinetto molto sporco. Poi lo ricopre con un lenzuolo
di carta. "Stanotte lo facciamo dormire qui", dice il ragazzo ai
carabinieri. Un altro immigrato sta russando, avvolto come una mummia in
una coperta. E da una porta semichiusa si intravvedono le sagome di
decine di donne stese sul pavimento e un bambino. Quando Bilal torna dal
gabinetto, dove è sempre stato seguito da un carabiniere, trova il suo
posto occupato. Più di 200 mosche hanno pensato che quel lenzuolo bianco
e fresco di cartiera fosse per loro. Ma sono mosche educate. Si alzano
quando Bilal arriva e si riappoggiano su di lui soltanto dopo che si è
sdraiato. Il tentativo di scacciarle è una battaglia persa. Dal
pavimento sale un fortissimo odore di urina. Dal soffitto la luce non si
spegne mai. I carabinieri ridono e parlano a voce alta tutta la notte. È
difficile prendere sonno. E poi c'è il problema del colore della pelle.
Occorre inventarsi una spiegazione credibile prima di domani mattina.
Forse questa può andare: Bilal è così pallido perché il papà è curdo, ma
la mamma è bosniaca.
Sabato 24 settembre
L'alba si annuncia con un fragore assordante. Nel dormiveglia sembra il
rumore di un aspirapolvere. No, forse è una lucidatrice. Ma no, è troppo
forte. La puzza risolve il mistero. Sì, queste sono esalazioni di jp, il
carburante degli aerei. Ecco cos'è: l'aeroporto accanto. Quando gli
Airbus fanno manovra, sparano il getto dei motori dritto dentro le
finestre dove dormono gli immigrati. È ancora buio, ma ormai sono tutti
svegli. Dalla stanza delle donne escono ragazze eritree o etiopi. Altre
appaiono da una seconda porta. C'è anche una donna con il pancione della
gravidanza. Il conto è subito fatto: tra teenager e adulte sono quasi
una cinquantina. In più Bilal e l'altro uomo che dorme in corridoio. Per
tutti c'è un solo water, quattro docce e qualche lavandino. I
carabinieri non vogliono che si usino le loro turche, le uniche che
profumano di candeggina. Per evitare domande e guai, Bilal finge di
dormire. Ma osserva e ascolta. C'è un viavai di carabinieri e qualche
poliziotto intorno a lui. Si chiedono se sia davvero curdo. Le ragazze
africane passano il tempo ad annodarsi treccine. Una di loro, che non
avrà più di vent'anni, ha tutte le unghie smaltate a metà. La parte
sopra è abbellita da un leggero velo perlaceo, la parte sotto è
cresciuta senza cura. Forse dove finisce lo smalto è cominciato il suo
viaggio. Fuori, nel piccolo cortile, pendono scarpe, pantaloni e maglie
delle ultime arrivate. Ieri sera sono sbarcati 161 immigrati, poi altri
37, e poi Bilal. C'è un libro del Corano messo ad asciugare al sole.
"Bilal", urla forte una voce. "Tu", dice un poliziotto e con la mano fa
capire che bisogna seguirlo.
L'ufficio identificazioni della polizia è una grande stanza con quattro
scrivanie. Bilal lo fanno sedere in fondo a destra. Di fronte a lui due
poliziotti in borghese, un computer e un ragazzo con il volto berbero. È
l'interprete: "Parli arabo?", chiede in arabo. "Sì". "Da dove vieni?".
"Kurdistan. Ma vorrei continuare in inglese, l'arabo non è la mia
lingua, gli arabi hanno occupato la mia terra", risponde Bilal.
Scegliere la lingua è il primo nell'elenco dei 'Diritti degli immigrati'
scritto su carta della Prefettura di Agrigento e appeso in corridoio.
All'interrogatorio si aggiunge una ragazza che chiamano dottoressa e
indossa una maglietta mimetica stile esercito americano. Vuole sapere
tutto. Bilal racconta di voler andare in Germania. E di essere stato
chiuso in un container in Turchia, caricato su un mercantile e messo su
una lancia a motore a qualche miglio dalla costa italiana. Poi la lancia
si è spaccata, è affondata e Bilal si è salvato a nuoto. Vogliono sapere
della scritta in arabo sul giubbotto salvagente. "C'è scritto: La
felicità 3. Forse è il nome di una nave", spiega l'interprete di arabo.
"Tu sai cosa c'è scritto?", chiede la dottoressa, sempre in inglese.
"Sì, as Soror, la felicità: tutti noi siamo venuti in Europa a
cercarla". Bilal deve ripetere tre volte la storia del suo viaggio.
Cercano di metterlo in contraddizione. Fanno domande tranello: "Se sei
curdo, parli urdu". "No, l'urdu è una lingua del Pakistan". Poi si
arrabbiano: "Tu non vieni dalla Turchia, tu arrivi dalla Libia. E quella
scritta in arabo lo dimostra. Noi adesso ti rimandiamo da Gheddafi",
promette la dottoressa. "Ce lo lascia un attimo che lo portiamo nella
sala delle torture?", le chiede un poliziotto robusto che si è appena
aggiunto al gruppo. Ma forse è solo un modo per capire se Bilal parla
italiano e per spaventarlo. L'interrogatorio ritorna subito a un volume
più umano. La dottoressa prende il telefono e protesta con la stazione
dei carabinieri perché chi ha prelevato Bilal al pronto soccorso non ha
scritto il verbale e nessuno sa dove sia stato pescato e chi lo abbia
portato nel centro. "Ecco, devi dire al maresciallo che è un coglione",
conclude la dottoressa. Dopo l'interrogatorio, bisogna lasciare le
impronte digitali. Le dita e il palmo delle mani vanno premuti sul vetro
rosso di uno scanner e si è automaticamente schedati. Fuori, 21 teenager
aspettano il loro turno. Avranno tra i 15 e i 20 anni, visti insieme
sembrano una classe di liceali in gita. Sono tutti di Kerouane, in
Tunisia, tutti vicini di casa, tutti partiti con la stessa barca. Bilal
non ha il tempo di sedersi accanto a loro. Un poliziotto gli consegna un
biglietto con il numero di matricola 001 e lo affida ai carabinieri. Lo
portano davanti a un grande cancello verde incorniciato da rotoli di
filo spinato. Un altro carabiniere apre il lucchetto, poi sblocca il
catenaccio. Subito dopo il cancello si richiude.
Centinaia di immigrati sono seduti sull'asfalto in file da dieci tra due
baracche prefabbricate e quattro container. "Oggi siamo a quota 447",
avevano detto nell'ufficio di polizia. I carabinieri gridano e ridono.
Sulla tuta hanno il distintivo rosso del reparto: 1 Brigata Mobile. "Vai
in fondo, muoversi, muoversi", urla uno dei militari. Bilal va a
sistemarsi dietro a tutti, accanto a un cinquantenne magro e piccolo con
la maglia di Bergkamp, e due ragazzi egiziani. Due rigagnoli di liquido
violaceo escono da una porta a destra e scivolano sotto i piedi delle
ultime file. Il liquame puzza di urina e fogna. "Seduti", urla uno dei
carabinieri, "Sit down". "Ma qui in fondo è una schifezza", dice il
collega, un ragazzone con accento napoletano. "Il maresciallo ha detto
di farli sedere. Sit down", grida più forte il primo e sorprende un
immigrato alle spalle, frustandolo sulle orecchie con i suoi guanti in
pelle. Bilal e gli altri si erano accovacciati sulle caviglie per non
sporcarsi con il liquame. Ma non basta ai carabinieri. Per evitare botte
bisogna rassegnarsi e bagnarsi. Là davanti l'interprete berbero e un
poliziotto in borghese chiamano i prossimi che lasceranno il campo. Un
aereo è in partenza per il Cpt di Bari o forse per la Libia. Nessuno
spiega nulla. Il carabiniere con i guanti di pelle tenta di chiudere a
calci la porta da dove escono i rigagnoli. Poi si piazza in posizione
strategica e sempre con i guanti frusta sulle orecchie chi viene
chiamato dall'interprete. Qualcuno deve ripassargli davanti per andare a
prendere in camerata il sacchetto con le poche cose. E si riprende
un'altra sventola. Ride il carabiniere, occhiali e carnagione pallida. E
ridono anche i suoi colleghi. Altra frustata. Per loro è solo un gioco.
L'interprete e i poliziotti fanno finta di non vedere. Ma tra le file
sedute a terra, ragazzi e uomini mormorano di rabbia. "Italiano,
puttana, cornuto", sussurra lo smilzo con la maglietta di Bergkamp.
Non sembra per niente un centro di accoglienza. E qui dentro non c'è
nemmeno l'atteggiamento di rispetto che i poliziotti dell'ufficio di
identificazione avevano alla fine mantenuto. Bilal e tutti gli altri
devono rimanere seduti e rannicchiati per più di un'ora perché dopo
l'appello si resta in coda per il pranzo. Un piatto di plastica con
pasta e tonno, un altro con bocconcini di pesce fritto (forse) e verdura
in agrodolce, un panino, una mela e una bottiglia di due litri d'acqua
da dividere in due senza bicchieri. Un'occasione per socializzare ma
anche un rischio se qualcuno è entrato con malattie infettive. Nemmeno
Bilal è stato visitato dal medico del centro. Si mangia per terra sotto
il sole rovente, appoggiando pane e mela sull'asfalto o sui muretti. Il
pomeriggio bisogna trovare un posto dove ripararsi dal caldo. I letti a
castello sono tutti occupati. Dormono a decine perfino sui tavoli della
mensa. Nessun assistente della Misericordia spiega a Bilal cosa deve
fare. Dietro alla mensa-dormitorio c'è qualche materassino lasciato da
chi è appena partito. Guardando meglio molti sono pieni di insetti
minuscoli, forse pulci. E non ci sono nemmeno le lenzuola di carta per
proteggersi, abbandonate fuori perché un poliziotto aveva fatto capire
che la Misericordia le avrebbe distribuite una volta dentro la gabbia.
Ma non era vero. Bilal crolla addormentato sotto il sole, proteggendosi
la testa con l'asciugamano che gli hanno dato come coperta. Lo risveglia
un egiziano: "Ehi, ashara-ashara". Ashara? In arabo significa dieci.
"Ashara-ashara", urlano pattuglie di carabinieri entrate nel campo con i
manganelli Tonfa infilati nel cinturone. Bisogna andare a risedersi sul
viale dei liquami. In file da dieci, "ashara-ashara". È un altro
trasferimento: questa volta l'aereo dell'Alitalia parte per Crotone.
Chiamano anche lo scafista egiziano di Rosetta che ha guidato la barca
di 161 persone arrivata ieri sera. Carnagione chiara, capelli neri
voluminosi. Nel suo zainetto gli hanno trovato (e lasciato) cinquemila
euro in contanti, la paga per il suo lavoro. "Questo qua è la terza
volta quest'anno che passa da Lampedusa", lo indica un appuntato dei
carabinieri. Qualcuno dovrebbe però spiegare perché questa volta lo
scafista è rimasto a Lampedusa meno di 24 ore.
Prima di sera l'ufficio identificazioni scopre che le impronte di Bilal
corrispondono a quelle di un altro immigrato: Roman Ladu, nato a
Bucarest il 29 dicembre 1970. È il nome che ho usato nel 2000 per
entrare nel Cpt di via Corelli a Milano, poi chiuso per le precarie
condizioni di detenzione. Il computer però non dice ai poliziotti che
Roman Ladu è in realtà un giornalista. E forse nemmeno che il
giornalista, alias Roman Ladu, per quell'inchiesta è stato denunciato e
condannato a venti giorni di carcere. Così Bilal, vero pregiudicato, può
tenere duro. "Tu sei romeno e parli italiano", insiste un ispettore in
borghese. Un suo collega si avvicina e chiede "Ce face?", come stai. E
poi all'orecchio di Bilal sussura: "Pizda, pizda, pizda, pizda,
pizda...", un modo poco elegante usato in Romania e altrove per chiamare
i genitali femmili. Lo sguardo di Bilal resta fisso nel vuoto. Ci
riprovano con un'interprete marocchina che alla fine conclude: "Non
credo sia romeno. Parla l'arabo, però continua a chiedere che
l'interrogatorio sia in inglese".
Domenica 25 settembre
Bilal ha deciso di andare al gabinetto quando è notte. I gabinetti sono
un'esperienza indimenticabile. Il prefabbricato che li ospita è diviso
in due settori. In uno, otto docce con gli scarichi intasati, quaranta
lavandini. E otto turche di cui tre stracolme fino all'orlo di un
impasto cremoso: la sorgente dei due rigagnoli. L'altro settore ha
cinque water, di cui due senza sciacquone, cinque docce e otto
lavandini. Dai rubinetti esce acqua salata. Non ci sono porte, non c'è
elettricità, non c'è privacy. Si fa tutto davanti a tutti. Qualcuno si
ripara come può con l'asciugamano. E non c'è nemmeno carta igienica:
bisogna usare le mani. Lì dentro è meglio andarci di notte perché di
giorno il livello dei liquami sul pavimento è più alto dello spessore
delle ciabatte e bisogna affondarci i piedi. Ma anche il pediluvio nel
lavandino prima di uscire diventa un problema: perché non appena si
sfila il piede, la ciabatta comincia a galleggiare e a navigare con la
corrente. Eppure il 15 settembre il leghista Mario Borghezio, guidando
una delegazione di europarlamentari, ha detto che il centro di Lampedusa
è un hotel a cinque stelle e che lui ci abiterebbe: quel giorno il
ministero dell'Interno gli aveva fatto trovare soltanto 11 reclusi e
quella settimana i trafficanti avevano deviato la rotta dei barconi fino
in Sicilia. Chissà, forse nell'appartamento di Borghezio è normale avere
i pavimenti coperti di liquami. Ma la maggior parte degli immigrati
rinchiusi qui dentro viene da case pulite in cui si entra addirittura a
piedi nudi.
La colazione è un bicchiere di latte freddo, due cornetti e la bottiglia
d'acqua da dividere in due. All'ashara-ashara del mattino i carabinieri
si accorgono che mancano cinque persone. Ma parlando tra loro decidono
di non segnalarlo. Impossibile sapere chi sia scappato perché non si fa
nessun appello: i reclusi vengono solo contati. A metà della recinzione
che separa dall'aeroporto, proprio dietro uno dei pali con le telecamere
a circuito chiuso, il filo spinato è tagliato. E sul palo sono rimasti
due lacci di stoffa bianca, forse legati lì per facilitare la presa di
chi si è arrampicato fin sopra la rete. I carabinieri rifanno il conto
un'altra volta e rimettono tutti a sedere sotto il sole. Si resta così
ore perché c'è un'altra chiamata. Fanno partire tutti gli eritrei e gli
etiopi sbarcati lunedì 19. Tra loro, un'intera famiglia di fratelli e
cugini, gli Abraham. Sono scappati dall'Eritrea per non essere mandati
al fronte, vogliono continuare a studiare in Europa. Uno di loro,
Youssef, è una promessa dell'atletica: ha continuato ad allenarsi anche
nel centro, ogni mattina alle sei. Ci sono molti minorenni, rinchiusi da
una settimana insieme agli adulti. Un carabiniere là davanti mostra loro
un grosso telefonino e qualcuno si copre gli occhi con le mani. Ma non
si capisce perché. Ahmed Ibrahim ha da giorni un'infezione intestinale.
Chiede di andare alla toilette e dopo qualche minuto i carabinieri gli
danno il permesso di alzarsi. Al gabinetto ci resta un bel po'. "Ma è
tornato quello che è andato in bagno?", domanda uno dei militari. "E no
che non è tornato, adesso vado a fare un giro". Altri chiedono di andare
in bagno, ma i carabinieri non danno più il permesso. Dopo quasi
mezz'ora Ahmed Ibrahim riappare, sudato e sfinito. "Tu", gli urla il
carabiniere che mostrava il telefonino, "tu sei un cornuto". Ahmed lo
guarda spaventato. "Sei un cornuto. Vai a sederti e non ti alzare più".
I colleghi ridono. Alla fine partono in 150, forse per il centro di
Caltanissetta. Ci si rialza e ci si risiede subito dopo per
l'ashara-ashara del pranzo. Bilal ora è in terza fila. Un'altra lunga
attesa, seduti e rannicchiati. Si avvicina il carabiniere con il grosso
telefonino. È il meno robusto tra i suoi colleghi. Ha capelli neri
curati, un neo ben visibile sulla guancia destra, un bracciale argentato
e uno di cuoio con medagliette dorate al polso destro, e un orologio con
cinturino in pelle al polso sinistro. Dopo aver fatto sentire un po' di
musica tecno, schiaccia un altro tasto e il telefonino comincia ad
ansimare. Lui si china, mostra lo schermo ai minorenni seduti accanto a
Bilal. Sono immagini di un film porno scaricate forse da Internet. Il
carabiniere si rialza e sorride: "E dopo, shampoo", annuncia ai
minorenni mimando il gesto della masturbazione. I ragazzini ridono. Poi
si china di nuovo sulla prima fila, la percorre e pretende che tutti
guardino. Un trentenne si copre gli occhi con le mani. È uno dei ragazzi
che ieri sera ha guidato la preghiera sul marciapiede-moschea. È un
musulmano praticante e non vuole guardare. Il carabiniere con il neo gli
strappa le mani dagli occhi: "E guarda che così impari", dice
piazzandogli lo schermo davanti al naso. Il trentenne si volta, guarda
Bilal con gli occhi lucidi. Un carabiniere alle loro spalle scherza con
il collega: "Ma lascia perdere che quello è frocio".
Arriva il comandante, un appuntato che nel tempo libero gira con
bandana, camicione e pantaloni fino al polpaccio. E il tormento non è
finito. L'appuntato vuole farsi fare una foto davanti ai reclusi. Lui
grida "Italia" e tutti devono alzare il pollice destro e rispondere
"Uno". "Forza", dice un altro carabiniere, "chi non risponde 'uno' non
mangia". Bilal non risponde e non alza nemmeno il braccio. Il
carabiniere lo vede. Bilal lo fissa negli occhi e quello lascia perdere.
Poco dopo la polizia rivuole Bilal in ufficio. Ma non è per un
interrogatorio. Due ispettori, sempre gentili e rispettosi, gli fanno
indossare il giubbotto di salvataggio che hanno sequestrato la notte
dello sbarco. Vogliono semplicemente fare una foto ricordo con lui. Uno
si mette a destra, l'altro a sinistra: "Bilal smile, sorridi". Da quello
scatto nessuno si occuperà più dell'identità dello strano immigrato
curdo. Passa un'altra giornata. Su uno spiazzo di sassi appuntiti si
gioca a calcio. Non ci sono scarpe per tutti. Così metà giocatori calza
la destra, l'altra metà la sinistra e i due portieri restano a piedi
nudi. Poco prima di cena cala il silenzio, all'improvviso. Un pullmino e
un'ambulanza scaricano 21 immigrati neri. Sono sfiniti, affamati,
seccati dal sale e bruciati dal sole. Passano davanti al cancello e agli
sguardi fissi sulla loro sofferenza. Vengono fotografati, registrati,
spogliati e perquisiti. Ricevono un tè caldo, un cornetto, un
asciugamano e chi ha i vestiti logori, anche una tuta. Non si reggono in
piedi. Ma dopo mezz'ora il cancello si apre e a gruppi di sei vengono
spinti nella gabbia. Non sanno dove andare, barcollano. Due sono senza
scarpe e quando vedono le condizioni del gabinetto tornano indietro a
chiederne un paio. Cherriere, un arabo- francese sospettato di essere
uno dei più famosi scafisti del Mediterraneo, impone ai carabinieri che
gli ultimi arrivati siano serviti prima di tutti. Cherriere è il vero
mediatore culturale: carabinieri e polizia lo chiamano spesso per farsi
aiutare con l'arabo o per smussare le tensioni. Il medico ha mandato
nella gabbia anche un uomo malato di scabbia. Non riesce nemmeno a
sedersi per le piaghe, ma i militari insistono perché si metta come gli
altri. L'ultimo entrato deve avere un colpo di sole perché continua a
ciondolare. I carabinieri lo fanno andare avanti e indietro tre volte.
"Quanto ha bevuto questo?", ride un militare. Bilal e Cherriere
ottengono che anche lui sia messo in prima fila con i compagni di
viaggio. Poi un carabiniere parla di Bilal convinto di non essere
capito: "A questo qua dobbiamo insegnargli a farsi i cazzi suoi". Ma per
le scarpe non c'è niente da fare. "Le scarpe le abbiamo date a tutti,
dite a quei due che non scassino la minchia", gracchia il caposervizio
della Misericordia, un uomo con i capelli bianchi, molto diverso da
Angelo, Andrea o il cuoco, i ragazzi sempre disponibili anche se
lavorano sodo tutto il giorno. E i due restano a piedi nudi. Dopo cena
gli ultimi arrivati guardano la rotta tra la Libia e Lampedusa dipinta
sul prefabbricato all'ingresso: "Abbiamo perso l'orientamento e siamo
rimasti in mare sette giorni. Mia moglie diceva: we gonna die, moriremo.
Ma io le dicevo: no, Dio ci porterà in Europa". Sono quasi tutti
cristiani. Prima di andare a dormire intonano un gospel di
ringraziamento al buio di una camerata. Impossibile trattenere le lacrime.
Lunedì 26 settembre
Bilal finalmente ha trovato una branda su cui dormire. Stesso materasso
di gommapiuma e stessa coperta usata da chissà quante persone, in una
stanza con gli scafisti egiziani e alcuni loro passeggeri. Ma la notte
finisce presto. La sveglia è un lamento. Si alzano in molti e vanno a
cercare chi sta male. Forse viene dalla prima camerata. Ma avvicinandosi
il lamento prende la forma di una canzone stonata: "Ma quanto tempo e
ancora, ti fai sentire dentro, quanto tempo e ancora.". Viene da oltre
il cancello: i carabinieri giocano al karaoke con il computer portatile
della polizia. Sono le quattro e mezzo del mattino, è lo stesso turno
che ieri mattina ha mostrato le scene porno sul telefonino. C'è anche il
loro appuntato. Sono di spalle e non si accorgono. Si torna a letto. Ma
non si riesce più a dormire perché un'Airbus della Windjet continua a
girare a bassa quota sopra Lampedusa. La torre di controllo ha le luci
spente e i piloti aspettano che qualcuno si svegli per farli atterrare.
Subito dopo la colazione Bilal deve risolvere un problema serio: far
sapere ai familiari e alla redazione che è rinchiuso nel centro. Al
quarto giorno di silenzio, qualcuno potrebbe preoccuparsi. La
possibilità di contattare la famiglia è al secondo posto tra i diritti
degli immigrati secondo l'avviso che la Prefettura di Agrigento ha fatto
appendere nelle camerate e nei bagni. Ma ogni volta che Bilal e gli
altri hanno chiesto di ricevere o di comprare una scheda telefonica, il
caposervizio della Misericordia ha risposto: "Non io, direttore".
Oppure: "Bukara, domani". Oppure: "Non scassare la minchia". Sarà per
questo che alcuni scafisti, chiusi da settimane nella gabbia, fanno
affari d'oro vendendo a 20 euro schede da 3. Ma visto che nessuno può
uscire, chi le passa dentro il cancello? Bilal deve assolutamente
telefonare e ogni sistema di aprire la linea con un fil di ferro non
funziona. Idea: il 118 risponde gratis. "Ho bisogno di aiuto, sono
chiuso in un centro per immigrati e non ci fanno telefonare", dice Bilal
in francese, "Devo avvertire la famiglia, per favore, vi do un numero di
telefono italiano, chiamate e dite che Bilal è vivo. Vi costa meno di un
euro". Non è uno scherzo: centinaia di papà e figli qui dentro hanno la
stessa grave necessità. Ma nessuno è disposto a fare questo favore.
Bilal riprova facendo a caso un po' di numeri verdi. All'800-400-400
risponde lo sportello di Madre segreta della Provincia di Milano. È una
giunta di centro-sinistra: magari sono più sensibili ai diritti di un
immigrato. Invece dopo mezz'ora di insistenze in inglese, la ragazza al
telefono si inventa perfino una legge: "Non posso, la legge sul
terrorismo mi vieta di fare questa telefonata". A nessuno interessano le
angosce di questi immigrati chiusi in gabbia.
La sera, dopo cena, si prepara un'altra notte d'inferno. A Lampedusa sta
arrivando una barca alla deriva con quasi 350 stranieri. I poliziotti
dell'ufficio identificazione e i dipendenti della Misericordia tornano
al lavoro. Anche i carabinieri della Brigata Mobile sono pronti per le
perquisizioni. Ma stasera è di turno una squadra di persone per bene. La
comanda un brigadiere che dà gli ordini con accento napoletano. È un
uomo con i capelli grigi e un po' di calvizie. In tutta la settimana
nessuno dei suoi ragazzi è mai stato sentito gridare o insultare un
immigrato. E quando arrivano stremati i primi passeggeri della barca,
loro si fanno capire a gesti, senza urlare.
Martedì 27 settembre
È una giornata umida. Molti hanno la pelle della fronte e delle mani
piena di punture. Le più grandi sono zanzare, le più piccole forse
pulci. Bilal ogni volta che cerca di attraversare indenne la toilette
pensa alla casa di Borghezio. È una giornata di attesa. I trasferimenti
annunciati ieri sono rinviati perché la polizia deve prima identificare
gli ultimi arrivati. È l'unico giorno in cui vengono pulite le camere.
Uno dei dipendenti della Misericordia usa la stessa scopa con cui ha
inutilmente rimosso i liquami dai bagni. Hanno mandato anche un
autospurghi. Ma le schifezze invece di essere aspirate sono state
sparate tutt'intorno alle turche. Anche nel mangiare c'è qualcosa che
non quadra. Sabato sera e poi ancora altre volte la piccola cotoletta
non era fatta di carne ma di pan grattato, farina e forse uovo. Tanto
che era possibile tagliarla con un cucchiaino di plastica. Se è così
vuol dire che a Lampedusa qualcuno spaccia pan grattato per carne. Bilal
e gli altri vengono privati non solo della libertà ma anche delle proteine.
Mercoledì 28 settembre
L'ashara-ashara di mezzogiorno è una parata fascista. Sono quelli dello
stesso turno che sabato ha fatto sedere Bilal nei liquami. Nella gabbia
ci sono ormai 600 immigrati. Sono tutti seduti ad aspettare il pranzo.
Un carabiniere si affaccia a una porta e imita il Duce. Un brigadiere,
che a Mussolini un po' ci assomiglia, mette le mani ai fianchi e
molleggia sulle ginocchia. Poi saluta i colleghi con il braccio destro
teso. "No", lo corregge un carabiniere, "quello è il saluto nazista.
Quello fascista è così. Italiani!... La prossima volta a questi ci
insegniamo Faccetta nera?". Il brigadiere è uno dei più rispettosi con
gli immigrati della gabbia. Ieri pomeriggio Bilal l'ha visto portare un
malato in braccio, dall'infermeria alla sua branda. Ma di notte questi
ragazzi dimostrano di che pasta sono fatti. I reclusi sono a dormire.
Bilal è nascosto dietro una rete. Ascolta e osserva. Un'altra notte
durissima. I poliziotti hanno lavorato fino a tardi per gli ultimi
interrogatori sullo sbarco di lunedì. E adesso ci sono 180 nuovi arrivi
da registrare, perquisire e sistemare. Seduti su un muretto, due
gemelline di due anni, la mamma e il papà. I carabinieri con mascherina
e guanti in lattice cominciano subito a controllare tasche e borse. Li
aiuta un collega in borghese, forse fuori servizio, basette curate,
capelli neri con il gel e una maglietta con alcune scritte sul petto.
"Spogliati nudo", dice a un ragazzo in canottiera che sta tremando per
il freddo e la paura. Lui non capisce. Resta immobile un minuto intero.
"What is the problem?", urla il carabiniere e gli tira uno schiaffo
sulla testa. L'immigrato, pallido e magro come uno scheletro, trema.
Altro schiaffo. Tutte le persone in quel momento nude davanti ai
carabinieri vengono prese a schiaffi. Da mezz'ora quei ragazzi parlavano
di fare il corridoio e nel gergo militare non è un ambiente che unisce
due locali. Cosa sia lo dimostrano subito dopo: una fila di sei
stranieri da portare nella gabbia passa in mezzo a loro e ciascuno si
prende la sua razione di schiaffi. Quattro carabinieri fanno quattro
schiaffi a testa. Appare finalmente il brigadiere che a mezzogiorno
imitava Mussolini. Ma non rimprovera nessuno. "Questo ti dà problemi?",
chiede al collega in borghese. E spara un pugno sullo sterno
all'immigrato magro, che non capisce proprio che cosa ha sbagliato ed è
ancora in piedi immobile, in canottiera. Passa un'altra fila di
immigrati, altro corridoio. Questa volta li accompagna un dipendente in
divisa della Misericordia. Uno con il pizzetto e una piccola cicatrice
vicino al naso, che una sera quando un ragazzo ha chiamato i musulmani
alla preghiera, si è messo ad abbaiare ogni volta che sentiva dire
Allahu akbar. Forse li farà smettere. Invece no, guarda e ride. Davanti
alla fila si sistema il brigadiere. Fa il passo dell'oca e finge di
portare una lancia: "Avanti marsh". Soltanto un carabiniere napoletano
non partecipa al gioco. Gli schiaffi risuonano nell'aria per mezz'ora. E
finalmente una funzionaria di polizia se ne accorge. È una ragazza
bionda, non tanto alta, che di giorno raccoglie i capelli dentro un
bandana. "Maresciallo", dice nervosa, "vada di là a vedere cosa stanno
facendo i suoi ragazzi perché sento troppe mani che si muovono". Il
maresciallo volta l'angolo e raggiunge gli altri carabinieri: "Uhe
ragazzi, mi raccomando", dice loro e si mettono a ridere tutti insieme.
Gli ultimi sei immigrati vengono portati dentro la gabbia a notte fonda,
vanno a dormire sull'asfalto perché non ci sono più brande. E i
carabinieri festeggiano con una grigliata nel cortile.
Giovedì 29 settembre
Bilal passa tutta la giornata a convincere un gruppo di ferventi
musulmani che non può assolutamente seguirli a pregare. Alle sei di
sera, prima dell'ashara-ashara della cena, una voce femminile gli cambia
l'umore. "El Habib Ibrahim Bilal. Domani mattina alle otto presentati al
cancello perché verrai trasferito", dice l'interprete marocchina in
arabo. "Quale destinazione?". "Agrigento". "Bilal va via", dice
Cherriere. E davanti a Bilal si forma una coda di prigionieri della
gabbia che vogliono salutarlo. Rachid, 31 anni, marocchino, sbarcato
ieri sera, gli spiega come funziona: "Ti danno un foglio di via. Tu per
cinque giorni lo tieni e ti sposti fin dove devi arrivare. Poi lo butti.
Io farò così, a Padova da mio cugino ho già un lavoro che mi aspetta.
Modi diversi di entrare in Italia non ce ne sono". La sera sbarcano
altri 350 immigrati. Ma è il turno del brigadiere per bene e nessuno
viene picchiato. Appena entra nella gabbia John, 27 anni, partito dal
Togo e altri suoi compagni di viaggio chiedono dove si può mangiare. Ma
la Misericordia fa sapere che il primo pasto sarà distribuito solo
l'indomani mattina. "We are starving, non mangiamo da sette giorni",
trema John, "Quando siamo sbarcati ho visto un negozio e volevo comprare
qualcosa ma la polizia ci ha detto che non potevamo e che qui dentro
avremmo mangiato. Abbiamo i nostri soldi. Se siamo liberi, perché non
possiamo comprare da mangiare?". Bilal vede passare il medico, lo chiama
e gli spiega la situazione. "Porto qualche brioche", dice il medico.
Invece va via e non porta nulla. John e gli altri vanno a dormire su un
marciapiede perché sono finiti anche i materassini. Un funzionario in
borghese rovescia una lattina di Coca Cola addosso agli immigrati
attraverso le sbarre. "Perché questo?", grida Teemer, 26 anni,
palestinese, "Siamo clandestini, ma non siamo animali". Il funzionario
si scusa. Le camerate sono strapiene di gente fin sotto i letti. La
radio a tutto volume in cucina canta ciò che centinaia di bimbi forse
pensano ogni giorno dei loro papà rinchiusi qui dentro: 'How I wish, how
I wish you were here', come vorrei tu fossi qui. Si va a dormire in una
scena da fine del mondo.
Venerdì 30 settembre
Quando torna dalla sua doccia notturna, Bilal trova il letto occupato da
altre due persone. Sono le ultime ore nella gabbia, può anche rimanere
alzato. Il cielo è illuminato da lampi e fulmini. Il temporale dura poco
ma gli scrosci d'acqua risvegliano le centinaia di persone che si erano
addormentate all'aperto. Davanti al cancello stanno registrando un nuovo
sbarco. E i carabinieri stanno di nuovo picchiando i ragazzi che
perquisiscono. I primi sono due uomini che non si erano seduti al loro
ordine. Uno lo chiamano Maradona. Volano sberle e per Maradona anche un
calcio. Si fermano solo quando passa il tenente in borghese, un ragazzo
con il pizzetto. Poi prendono a schiaffi un ventenne che non capisce che
cosa deve fare. E altri due ragazzi che al 'sit-down' non si sono seduti
perché parlano arabo e francese. Bisogna fermare questo schifo. Bilal
grida in inglese: "State picchiando la gente, perché?". Un carabiniere
tira un calcio alla rete da dove sta osservando, cercando di colpirlo.
Bilal viene chiamato fuori dal cancello. È un faccia a faccia tesissimo,
gli occhi di Bilal dentro gli occhi di un carabiniere con i capelli un
po' brizzolati e la mascherina per nascondersi. Ma almeno smettono di
picchiare. Quando il sole è alto dentro la gabbia sono state ammassate
1250 persone. "Questo è 'o Professore", dice di Bilal un carabiniere a
due colleghi, "Avete visto cosa ha fatto prima? Questo qua un giorno lo
chiamiamo fuori e gli diamo una ripassata". Ma cinque minuti dopo è la
polizia a chiamarlo fuori. Bilal viene portato vicino all'uscita, dove
lo aspetta il gruppo che sta per essere trasferito. Nove adulti e 35
minori. La Misericordia distribuisce una maglietta bianca a tutti e le
scarpe ai tre rimasti senza. Ma non restituisce i soldi che i ragazzini
avevano depositato in segreteria. I carabinieri li hanno accompagnati
all'uscita senza dire loro che sarebbero stati trasferiti da Lampedusa.
"Oggi non è giornata, non c'è nessuno in ufficio che possa dare quei
soldi", spiega un giovane della Misericordia. Bilal insiste in inglese:
"Sono centinaia di euro, è importante che partano con i soldi". Un
carabiniere dice di no con il dito e allarga le mani.
Si parte senza soldi. All'imbarco del traghetto gli ultimi turisti della
stagione guardano la fila di immigrati sotto scorta dai carabinieri.
Ciascuno ha un sacchetto con due panini e una bottiglia d'acqua. Si
viaggia fino a sera nella sala soggiorno della nave, piantonata da un
brigadiere e due carabinieri molto cortesi. Youssef, 16 anni, è sicuro
sia una deportazione in Libia e si mette a pregare verso prua, convinto
che la rotta sia verso Sud-Est. Ma quando sull'orizzonte appaiono le
montagne della Sicilia, tutti gli altri si incollano al finestrino e
ridono: "Jebel Scisciglia". A Porto Empedocle i 45 sono caricati su
un'autobus della ditta Cuffaro scortato dalla polizia. La carovana sale
fino alla questura di Agrigento. Bilal e gli altri 8 adulti vengono
separati dai minorenni. I teenager sono destinati a un istituto in
attesa di essere affidati ai parenti già in Italia. Gli altri ricevono
tre fogli, un sacchetto con due panini e una bottiglia d'acqua. Poi
vengono caricati su un furgone che parte a tutta velocità. "Bilal, ho
paura. Secondo me ci portano in Libia", dice Abdrazak, 18 anni
marocchino, che vuole raggiungere lo zio a Catania. Invece si finisce
alla stazione. Ma il treno per Palermo è già partito: "Minchia, non
parte mai in orario", s'arrabbia un ispettore. Nuova corsa in auto,
furgone e sirena fino ad Aragona, la stazione successiva. E questa volta
il treno non è ancora arrivato. "Ragazzi ascoltatemi", spiega un
funzionario in inglese, "Avete cinque giorni di tempo per lasciare
l'Italia. Siete liberi". Anche Bilal è libero, nonostante il suo alter
ego romeno e i precedenti penali. Gli altri quando capiscono, esultano.
Uno si attacca al collo dell'ispettore che sorride, ma preferisce non
essere baciato. Tutti, tranne uno, hanno un lavoro o un parente che li
aspetta: a Milano, a Torino, a Napoli e Catania. L'ultimo ostacolo è un
bigliettaio, la mattina dopo alla stazione di Palermo. È convinto che
abbia davanti immigrati che non parlano italiano e li insulta. Maltratta
anche un pendolare che si è offerto di aiutarli: "Lei che c'entra, crede
che non li capisca?". Bilal esplode: "Ma se nun capisti mancu
l'italiano, lo fate o no 'sta minchia di biglietto?". Il bigliettaio
sorpreso si mette subito al lavoro. "Che lingua era Bilal?", chiede
Abdrazak in francese, "era curdo?". n
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Istruzioni per la fuga
"Se vai a Crotone te la puoi cavare con 150 euro. A Bari puoi scappare
dal centro di detenzione la notte, saltando la rete e seguendo i
sentieri. A Caltanissetta e Trapani no, se ti chiudono lì dentro esci
solo quando lo decide la polizia". Ahmed, così dice di chiamarsi, 26
anni, egiziano del Delta del Nilo, è chiuso da qualche settimana nel
centro di Lampedusa e di mestiere fa lo scafista. Il suo desiderio è
essere trasferito al centro per immigrati di Crotone: "Perché lì è più
facile uscire. È per questo che alcuni di noi viaggiano con il telefono
satellitare: quando sono vicini a Lampedusa, chiamano qualcuno a Crotone
e rivelano quale nome useranno quando si presenteranno alla polizia".
Vuol dire che è possibile condizionare la propria destinazione? "No, se
qui a Lampedusa sanno che vuoi andare a Crotone, ti mandano da un'altra
parte. Però succede che alcuni di noi riescano più facilmente ad andare
a Crotone di altri. Il punto di riferimento è un gruppo di sudanesi. Una
volta liberi, andiamo a Roma, facciamo un duplicato del passaporto e
rientriamo in Egitto. Dopo un po' di riposo, torniamo in Libia
legalmente e siamo pronti per un nuovo incarico. Fanno 5 mila euro a
viaggio o 6 mila dollari. Alcuni poliziotti libici chiedono invece tra i
5 mila e i 20 mila euro per lasciar partire le navi. Dipende dal numero
dei passeggeri". Gli arrivi in massa degli ultimi giorni segnano la fine
dell'accordo tra Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi. La barca
approdata a Lampedusa con quasi 350 immigrati il 26 settembre è
addirittura partita dalla Tunisia: "Ci hanno raccolti in Libia e portati
oltre il confine", raccontano i passeggeri. F. G.
I diritti umani secondo il Viminale
In sette giorni di reclusione nel centro per immigrati di Lampedusa, la
detenzione di Bilal Ibrahim el Habib non è stata convalidata da nessun
giudice: nonostante nessun cittadino possa essere privato della libertà
senza il giudizio di un magistrato entro un tempo massimo di 48 ore. Gli
immigrati rilasciati la sera di venerdì 30 settembre hanno ricevuto
l'ordine di lasciare l'Italia entro cinque giorni firmato dal questore
di Agrigento e il decreto di respingimento con accompagnamento alla
frontiera. In realtà solo una formalità, perché nessuno è stato
fisicamente accompagnato al confine. Ma soprattutto in nessun documento
consegnato dalla Questura risulta la detenzione degli immigrati per una
settimana o più. La Prefettura ha invece pagato ai nove stranieri il
biglietto ferroviario da Agrigento a Palermo. Il ministero dell'Interno
ha recentemente confermato alla Commissione europea e alla Corte europea
per i diritti umani il rispetto della dignità umana nelle procedure di
identificazione degli stranieri: in particolare grazie alla sostituzione
dell'inchiostro per le impronte digitali con i Visa Scanner che non
sporcano le mani. Il Viminale ha anche assicurato alla Ue che per ogni
straniero detenuto a Lampedusa avviene un'udienza di convalida davanti a
un giudice di pace. Nei casi di Bilal Ibrahim el Habib e degli stranieri
detenuti tra il 24 e il 30 settembre nella gabbia del centro per
immigrati sull'isola questa affermazione è falsa. F. G.
È l'ora della mangeria
A Lampedusa si usa uno slang che fonde idiomi diversi.
Maifrend: dall'inglese my friend, mio amico. È il modo con cui
carabinieri, poliziotti e assistenti si rivolgono agli immigrati
rinchiusi nella gabbia di Lampedusa quando si tratta di un singolo. Il
plurale diventa cornuti ed è usato soltanto dai carabinieri.
Ashara-ashara: dall'arabo ashara, dieci. È il richiamo per l'adunata
poiché ci si siede sull'asfalto in file da dieci. È anche l'indicazione
data la sera alla distribuzione delle sigarette: dieci a testa, un
pacchetto ogni due reclusi.
Fisa-fisa: dall'arabo, è l'ordine dato quando gli immigrati devono
muoversi o fare qualcosa velocemente. Si usa anche visa-visa.
Mangeria: è l'ora dei pasti (colazione, pranzo o cena). Gli egiziani la
chiamano anche mangheria o mangaria.
Asciugamano: nella gabbia di Lampedusa ha molti significati e funzioni
in più rispetto all'esterno. Sta al posto di coperta, cuscino, parasole,
pantaloni, separé nel wc, turbante, fazzoletto, stuoia e serve a
proteggersi gli occhi dalla luce dei fari per dormire la notte.Kulu
kulu: derivato dall'arabo, è tutto ciò che riguarda il mangiare. F. G.
***********************************************************************
COMUNICATO STAMPA
CS114-2005
REPORTAGE DE ‘L’ESPRESSO’ SU LAMPEDUSA: AMNESTY CHIEDE CHIARIMENTI AL
MINISTRO PISANU
La Sezione Italiana di Amnesty International ha scritto oggi al ministro
dell’Interno Giuseppe Pisanu chiedendo chiarimenti e l’avvio di
un’indagine sulle denunce contenute nel reportage pubblicato oggi da
‘L’Espresso’, nel quale il giornalista Fabrizio Gatti racconta gli otto
giorni trascorsi nel centro di permanenza temporanea e accoglienza di
Lampedusa.
Chiarire se le gravi violazioni dei diritti umani dei cittadini
stranieri trattenuti a Lampedusa siano effettivamente avvenute e’,
secondo Amnesty Italia, di vitale e urgente importanza alla luce delle
ripetute rassicurazioni fornite dal ministro Pisanu sull’aderenza
dell’Italia alle norme internazionali sui diritti dei migranti e dei
rifugiati.
L’associazione ricorda al ministro di aver piu’ volte, e invano, chiesto
di poter accedere ai centri di detenzione per migranti e a garantire
tale accesso ad osservatori indipendenti.
A giugno, Amnesty International ha pubblicato un rapporto sui Cpta
italiani, nel quale si denuncia la situazione complessivamente
preoccupante dei centri, la costante prassi di espulsioni in violazione
del principio di non-respingimento, la mancata assistenza legale e
condizioni di detenzione inadeguate non in linea con gli standard
internazionali. Il rapporto e’ disponibile in versione integrale e in
lingua italiana sul sito www.amnesty.it
FINE DEL COMUNICATO
Roma, 7 ottobre 2005
Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@xxxxxxxxxx
________________________________________
Ingegneria Senza Frontiere - Genova
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tel: 010-3532479
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