[isf-ge] Carita' competitiva

Fermo restando che gli aiuti - in quanto tali - sono sempre ben accetti, resta 
da chiedersi se, come lascia intuire Kofi Annan, si tratta di aiuti ex-novo o 
aiuti "dirottati". Nel qual caso, qualcuno in Africa potrebbe voler dire la 
sua...

buona lettura

 ivan

da www.repubblica.it

Lo scacchiere dei soccorsi
di FEDERICO RAMPINI

"CARITÀ competitiva": il vertice di Giakarta è stato definito con una punta di 
sarcasmo da Jan Egeland, capo degli aiuti di emergenza dell'Onu. Egeland non 
ha il dono della diplomazia ma parla chiaro. Fu lui a dare dello spilorcio a 
Bush quando l'offerta iniziale ai paesi devastati dallo tsunami era stata di 
15 milioni di dollari, cioè lo 0,0001% del Pil americano o il prezzo di tre 
appartamenti nella Upper East Manhattan. La generosità - vera - dei cittadini 
del mondo intero non ha lasciato insensibili i governi. E così la tragedia è 
diventata anche l'opportunità per operazioni di immagine davanti a 
un'opinione pubblica internazionale eccezionalmente attenta.

Per i paesi ricchi questa calamità rischia di diventare business as usual: la 
solidarietà ha l'etichetta con il prezzo, gli aiuti sono merce di scambio 
sulla scacchiera dell'influenza geopolitica.

Per la passerella di potenti che ieri sono sfilati a Giakarta, dal duo Colin 
Powell-Jeb Bush al premier cinese Wen al giapponese Koizumi, è evidente che 
sulla gestione di questa emergenza si è aperta una partita strategica.

Certo l'immensa emozione popolare suscitata dalle devastazioni, e l'alto 
numero di vittime occidentali, forzano la mano ai governi di ogni colore. Ma 
l'emozione è destinata a passare, e al summit di Giakarta tutti pensavano al 
"dopo".

L'America è determinata a usare l'aiuto umanitario per recuperare l'egemonia 
in una zona dove stava cedendo terreno alla Cina; due alleati fedeli come 
Giappone e Australia danno man forte a Bush con uno sforzo finanziario 
sostanziale (1,5 miliardi di dollari). La Cina reagisce lanciandosi anche 
lei, per la prima volta nella sua storia, in un'operazione umanitaria 
all'estero, anche se i suoi mezzi non possono eguagliare quelli americani. 
Perfino l'India ha una logica di potenza, e pur essendo tra i paesi colpiti 
sta usando la leva degli aiuti verso i vicini meno ricchi.

In questo scacchiere è centrale l'Indonesia. Il paese che ha pagato il più 
alto tributo di morti è un importante produttore di petrolio, membro 
influente dell'Opec, i cui giacimenti sono contesi da multinazionali 
americane e cinesi.

L'Indonesia ha sempre occupato un ruolo strategico per le rotte dell'Estremo 
oriente. E soprattutto, è la più grande nazione musulmana del mondo. Per gli 
Stati Uniti l'Indonesia rappresenta, insieme alla Thailandia, altra vittima 
dello tsunami, il "fronte orientale" nella lotta al fondamentalismo islamico.

Powell a Giakarta è stato esplicito: "Quel che stiamo facendo qui dà al mondo 
musulmano, e a tutto il resto del mondo, un'opportunità di vedere la 
generosità americana, i valori americani all'opera". Per la verità la 
generosità di Washington, anche dopo le ultime aggiunte (350 milioni di 
dollari) si piazza quarta. Ma la U. S. Navy, gli elicotteri e i marines, sia 
pure con qualche cruciale giorno di ritardo, sono arrivati primi, secondi e 
terzi, nell'assenza di ogni altra task force internazionale. Nonostante i 
costi della guerra in Iraq, gli americani sono gli unici a mantenere una 
presenza militare rapidamente utilizzabile in tutto il globo. E le immagini 
dei marines che portano soccorsi ai bambini dello Sri Lanka sono certo più 
edificanti di quelle trasmesse dall'Iraq.

In quest'area del mondo non c'è solo l'Islam. Questo è il palcoscenico su cui 
si "allarga" il nuovo rivale strategico dell'America. Perfino il critico New 
York Times stavolta si compiace nel contare i punti che il maremoto fa 
guadagnare agli Stati Uniti: "La nuova e crescente influenza della Cina in 
Asia, che secondo alcuni esperti è stata conquistata a spese nostre, sta 
mostrando i suoi limiti: l'aspirante superpotenza gioca un ruolo attivo ma 
secondario nella risposta alle devastazioni dello tsunami. La Cina è rimasta 
a guardare mentre le nostre navi militari raggiungevano velocemente quella 
zona, e gli elicotteri americani cominciavano a rifornire di cibo e medicine 
le aree più disastrate".

Appena due mesi fa la situazione era diversa. Al vertice Asean dei paesi del 
sud-est asiatico a novembre gli Stati Uniti erano eclissati mentre tutti 
"flirtavano" con la potenza economica cinese. Mentre Rumsfeld a causa 
dell'Iraq annunciava riduzioni di truppe in Corea e in Giappone, Pechino 
investiva nel potenziamento della sua flotta militare.

Come l'Inghilterra dell'Ottocento e l'America del Novecento, la Cina è 
"costretta" dalla sua rivoluzione industriale a diventare una famelica 
consumatrice di materie prime dal mondo intero, e quindi a proiettare la sua 
forza militare sui mari per garantirsi la sicurezza negli approvvigionamenti. 
Ora la Cina deve imparare oneri ed onori che accompagnano il suo nuovo 
status. Per la prima volta quest'anno diventerà un paese donatore, e non 
beneficiario, degli aiuti allo sviluppo.

Di fronte alle immagini dello tsunami, il nuovo ceto medio cinese ha avuto la 
stessa reazione degli americani e degli italiani: ha donato su Internet, 
attraverso giornali e tv, usando strumenti di beneficenza privata un tempo 
estranei all'ideologia comunista. Ma i mezzi sono ancora limitati.
I 70 milioni di dollari donati da Pechino alle vittime del maremoto valgono un 
anno di reddito per 70.000 contadini cinesi.

All'Europa non mancano i mezzi ma l'armonìa per metterli assieme.

La cacofonia nel pollaio europeo - dove nei primi giorni tre o quattro governi 
si sono autonominati "coordinatori" degli aiuti - è stata uno spettacolo 
umiliante. È già un miracolo che gli europei (soprattutto per insistenza 
francese) abbiano convinto gli americani a cedere all'Onu il ruolo di regìa.
Da Kofi Annan a Giakarta è venuto il monito più severo. Non fatevi belli oggi 
- ha detto ai paesi ricchi - con le vostre promesse di tre miliardi di 
dollari di aiuti, per poi dirottarli da altri programmi di assistenza al 
Terzo mondo. Purtroppo ha parlato per esperienza.

(7 gennaio 2005)
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