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- From: Diego Iracà <d_ego_1969@xxxxxxxx>
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- Date: Mon, 2 Aug 2010 23:29:34 +0200
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Informare Per Resistere: Appello di "Cento Economisti" contro il
"LIBERISMO"
Note di Informare Per Resistere
Appello di "Cento Economisti" contro il "LIBERISMO"Condividi
Oggi alle 21.59
LA POLITICA RESTRITTIVA AGGRAVA LA CRISI,
ALIMENTA LA SPECULAZIONE E PUO’ CONDURRE ALLA
DEFLAGRAZIONE DELLA ZONA EURO. SERVE UNA
SVOLTA DI POLITICA ECONOMICA PER SCONGIURARE
UNA CADUTA ULTERIORE DEI REDDITI E
DELL’OCCUPAZIONE
Ai membri del Governo e del Parlamento
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
Ai rappresentanti delle forze politiche e delle parti sociali
Ai rappresentanti italiani presso le Istituzioni dell’Unione europea
e del SEBC
E per opportuna conoscenza al Presidente della Repubblica
La gravissima crisi economica globale, e la connessa crisi della zona
euro, non si risolveranno attraverso tagli ai salari, alle pensioni,
allo Stato sociale, all’istruzione, alla ricerca, alla cultura e ai
servizi pubblici essenziali, né attraverso un aumento diretto o
indiretto dei carichi fiscali sul lavoro e sulle fasce sociali più
deboli.
Piuttosto, si corre il serio pericolo che l’attuazione in Italia e in
Europa delle cosiddette “politiche dei sacrifici” accentui
ulteriormente il profilo della crisi, determinando una maggior
velocità di crescita della disoccupazione, delle insolvenze e della
mortalità delle imprese, e possa a un certo punto costringere alcuni
Paesi membri a uscire dalla Unione monetaria europea.
Il punto fondamentale da comprendere è che l’attuale instabilità
della Unione monetaria non rappresenta il mero frutto di trucchi
contabili o di spese facili. Essa in realtà costituisce l’esito di
un intreccio ben più profondo tra la crisi economica globale e una
serie di squilibri in seno alla zona euro, che derivano principalmente
dall’insostenibile profilo liberista del Trattato dell’Unione e
dall’orientamento di politica economica restrittiva dei Paesi membri
caratterizzati da un sistematico avanzo con l’estero.
≈≈≈
La crisi mondiale esplosa nel 2007-2008 è tuttora in corso. Non
essendo intervenuti sulle sue cause strutturali, da essa non siamo di
fatto mai usciti. Come è stato riconosciuto da più parti, questa
crisi vede tra le sue principali spiegazioni un allargamento del
divario mondiale tra una crescente produttività del lavoro e una
stagnante o addirittura declinante capacità di consumo degli stessi
lavoratori. Per lungo tempo questo divario è stato compensato da una
eccezionale crescita speculativa dei valori finanziari e
dell’indebitamento privato che, partendo dagli Stati Uniti, ha agito
da stimolo per la domanda globale.
Vi è chi oggi confida in un rilancio della crescita mondiale basato su
un nuovo boom della finanza statunitense. Scaricando sui bilanci
pubblici un enorme cumulo di debiti privati inesigibili si spera di
dare nuovo impulso alla finanza e al connesso meccanismo di
accumulazione. Noi riteniamo che su queste basi una credibile ripresa
mondiale sia molto difficilmente realizzabile, e in ogni caso essa
risulterebbe fragile e di corto respiro. Al tempo stesso consideriamo
illusorio auspicare che in assenza di una profonda riforma del sistema
monetario internazionale la Cina si disponga a trainare la domanda
globale, rinunciando ai suoi attivi commerciali e all’accumulo di
riserve valutarie.
Siamo insomma di fronte alla drammatica realtà di un sistema economico
mondiale senza una fonte primaria di domanda, senza una “spugna” in
grado di assorbire la produzione.
L’irrisolta crisi globale è particolarmente avvertita nella Unione
monetaria europea. La manifesta fragilità della zona euro deriva da
profondi squilibri strutturali interni, la cui causa principale
risiede nell’impianto di politica economica liberista del Trattato di
Maastricht, nella pretesa di affidare ai soli meccanismi di mercato i
riequilibri tra le varie aree dell’Unione, e nella politica economica
restrittiva e deflazionista dei paesi in sistematico avanzo
commerciale. Tra questi assume particolare rilievo la Germania, da
tempo orientata al contenimento dei salari in rapporto alla
produttività, della domanda e delle importazioni, e alla penetrazione
nei mercati esteri al fine di accrescere le quote di mercato delle
imprese tedesche in Europa. Attraverso tali politiche i paesi in
sistematico avanzo non contribuiscono allo sviluppo dell’area euro ma
paradossalmente si muovono al traino dei paesi più deboli. La
Germania, in particolare, accumula consistenti avanzi commerciali
verso l’estero, mentre la Grecia, il Portogallo, la Spagna e la
stessa Francia tendono a indebitarsi. Persino l’Italia, nonostante
una crescita modestissima del reddito nazionale, si ritrova ad
acquistare dalla Germania più di quanto vende, accumulando per questa
via debiti crescenti.
La piena mobilità dei capitali nell’area euro ha favorito
enormemente il formarsi degli squilibri nei rapporti di credito e
debito tra paesi. Per lungo tempo, sulla base della ipotesi di
efficienza dei mercati, si è ritenuto che la crescita dei rapporti di
indebitamento tra i paesi membri dovesse esser considerata il riflesso
positivo di una maggiore integrazione finanziaria dell’area euro. Ma
oggi è del tutto evidente chela presunta efficienza dei mercati
finanziari non trova riscontro nei fatti e che gli squilibri
accumulati risultano insostenibili.
Sono queste le ragioni di fondo per cui gli operatori sui mercati
finanziari stanno scommettendo sulla deflagrazione della zona euro.
Essi prevedono che per il prolungarsi della crisi le entrate fiscali
degli Stati declineranno e i ricavi di moltissime imprese e banche si
ridurranno ulteriormente. Per questa via, risulterà sempre più
difficile garantire il rimborso dei debiti, sia pubblici che privati.
Diversi paesi potrebbero quindi esser progressivamente sospinti al di
fuori della zona euro, o potrebbero decidere di sganciarsi da essa per
cercare di sottrarsi alla spirale deflazionista. Il rischio di
insolvenza generalizzata e di riconversione in valuta nazionale dei
debiti rappresenta pertanto la vera scommessa che muove làazione degli
speculatori. L’agitazione dei mercati finanziari verte dunque su una
serie di contraddizioni reali. Tuttavia, à altrettanto vero che le
aspettative degli speculatorialimentano ulteriormente la sfiducia e
tendono quindi ad auto-realizzarsi. Infatti, le operazioni ribassiste
sui mercati spingono verso l’alto il differenziale tra i tassi
dcinteresse e i tassi di crescita dei redditi, e possono rendere
improvvisamente insolventi dei debitori che precedentemente
risultavano in grado di rimborsare i prestiti. Gli operatori
finanziari, che spesso agiscono in condizioni non concorrenziali e
tutt’altro che simmetriche sul piano della informazione e del potere
di mercato, riescono quindi non solo a prevedere il futuro ma
contribuiscono a determinarlo, secondo uno schema che nulla ha a che
vedere con i cosiddetti ‘fondamentali’ della teoria economica
ortodossa e i presunti criteri di efficienza descritti dalle sue
versioni elementari.
≈≈≈
In un simile scenario riteniamo sia vano sperare di contrastare la
speculazione tramite meri accordi di prestito in cambio
dell’approvazione di politiche restrittive da parte dei paesi
indebitati. I prestiti infatti si limitano a rinviare i problemi senza
risolverli. E le politiche di “austerità” abbattono ulteriormente
la domanda, deprimono i redditi e quindi deteriorano ulteriormente la
capacità di rimborso dei prestiti da parte dei debitori, pubblici e
privati. La stessa, pur significativa svolta di politica monetaria
della BCE, che si dichiara pronta ad acquistare titoli pubblici sul
mercato secondario, appare ridimensionata dall’annuncio di voler
“sterilizzare” tali operazioni attraverso manovre di segno
contrario sulle valute o all’interno del sistema bancario.
Gli errori commessi sono indubbiamente ascrivibili alle ricette
liberiste e recessive suggerite da economisti legati a schemi di
analisi in voga in anni passati, ma che non sembrano affatto in grado
di cogliere gli aspetti salienti del funzionamento del capitalismo
contemporaneo.
E’ bene tuttavia chiarire che l’ostinazione con la quale si
perseguono le politiche depressive non è semplicemente il frutto di
fraintendimenti generati da modelli economici la cui coerenza logica e
rilevanza empirica è stata messa ormai fortemente in discussione
nell’ambito della stessa comunità accademica. La preferenza per la
cosiddetta “austerità” rappresenta anche e soprattutto
l’espressione diinteressi sociali consolidati. Vi è infatti chi vede
nell’attuale crisi una occasione per accelerare i processi di
smantellamento dello stato sociale, di frammentazione del lavoro e di
ristrutturazione e centralizzazione dei capitali in Europa. L’idea di
fondo è che i capitali che usciranno vincenti dalla crisi potranno
rilanciare l’accumulazione sfruttando tra l’altro una minor
concorrenza sui mercati e un ulteriore indebolimento del lavoro.
Occorre comprendere che se si insiste nell’assecondare questi
interessi non soltanto si agisce contro i lavoratori, ma si creano
anche i presupposti per una incontrollata centralizzazione dei
capitali, per unadesertificazione produttiva del Mezzogiorno e di
intere macroregioni europee, perprocessi migratori sempre più
difficili da gestire, e in ultima istanza per una gigantesca
deflazione da debiti, paragonabile a quella degli anni Trenta.
≈≈≈
Il Governo italiano ha finora attuato una politica tesa ad agevolare
questo pericoloso avvitamento deflazionistico. E le annunciate,
ulteriori strette di bilancio, associate alla insistente tendenza alla
riduzione delle tutele del lavoro, non potranno che provocare altre
cadute del reddito, dopo quella pesantissima già fatta registrare
dall’Italia nel 2009. Si tenga ben presente che sono altamente
discutibili i presupposti scientifici in base ai quali si ritiene che
attraverso simili politiche si migliora la situazione economica e di
bilancio e quindi ci si salvaguarda da un attacco speculativo.
Piuttosto, per questa via si rischia di alimentare la crisi, le
insolvenze e quindi la speculazione.
Nemmeno si può dire che dalle opposizioni sia finora emerso un chiaro
programma di politica economica alternativa. Una maggior
consapevolezza della gravità della crisi e degli errori del passato va
diffondendosi, ma si sono levate voci da alcuni settori
dell’opposizione che suggeriscono prese di posizione contraddittorie
e persino deteriori, come è il caso delle proposte tese a introdurre
ulteriori contratti di lavoro precari o ad attuare massicci programmi
di privatizzazione dei servizi pubblici. Gli stessi, frequenti
richiami alle cosiddette “riforme strutturali” risultano
controproducentiladdove, anzichè caratterizzarsi per misure tese
effettivamente a contrastare gli sprechi e i privilegi di pochi, si
traducono in ulteriori proposte di ridimensionamento dei diritti
sociali e del lavoro.
Quale monito per il futuro, è opportuno ricordare che nel 1992
l’Italia fu sottoposta a un attacco speculativo simile a quelli
attualmente in corso in Europa. All’epoca, i lavoratori italiani
accettarono un gravoso programma di “austerità”, fondato
soprattutto sulla compressione del costo del lavoro e della spesa
previdenziale. All’epoca, come oggi, si disse che i sacrifici erano
necessari per difendere la lira e l’economia nazionale dalla
speculazione. Tuttavia, poco tempo dopo l’accettazione di quel
programma, i titoli denominati in valuta nazionale subirono nuovi
attacchi. Alla fine l’Italia uscì comunque dal Sistema Monetario
Europeo e la lira subì una pesante svalutazione. I lavoratori e gran
parte della collettività pagarono così due volte: a causa della
politica di “austerità” e a causa dell’aumento del costo delle
merci importate.
Va anche ricordato che, con la prevalente giustificazione di abbattere
il debito pubblico in rapporto al Pil, negli anni passati è stato
attuato nel nostro paese un massiccio programma di
privatizzazioni.Ebbene, i peraltro modesti effetti sul debito pubblico
di quel programma sono in larghissima misura svaniti a seguito della
crisi, e le implicazioni in termini di posizionamento del Paese nella
divisione internazionale del lavoro, di sviluppo economico e di
benessere sociale sono oggi considerati dalla piu autorevole
letteratura scientifica altamente discutibili.
≈≈≈
Noi riteniamo dunque che le linee di indirizzo finora poste in essere
debbano essere abbandonate, prima che sia troppo tardi.
Occorre prendere in considerazione l’eventualità che per lungo tempo
non sussisterà una locomotiva in grado di assicurare una ripresa forte
e stabile del commercio e dello sviluppo mondiale. Per evitare un
aggravamento della crisi e per scongiurare la fine del progetto di
unificazione europea è allora necessaria una nuova visione e una
svolta negli indirizzi generali di politica economica. Occorre cioè
che l’Europa intraprenda un autonomo sentiero di sviluppo delle forze
produttive, di crescita del benessere, di salvaguardia dell’ambiente
e del territorio, di equità sociale.
Affinchè una svolta di tale portata possa concretamente svilupparsi,
è necessario in primo luogo dare respiro al processo democratico, è
necessario cioè disporre di tempo. Ecco perchè in via preliminare
proponiamo di introdurre immediatamente un argine alla speculazione. A
questo scopo sono in corso iniziative sia nazionali che coordinate a
livello europeo, ma i provvedimenti che si stanno ponendo in essere
appaiono ancora deboli e insufficienti. Fermare la speculazione è
senz’altro possibile, ma occorre sgombrare il campo dalle incertezze
e dalle ambiguità politiche. Bisogna quindi che la BCE si impegni
pienamente ad acquistare i titoli sotto attacco, rinunciando a
“sterilizzare” i suoi interventi. Occorre anche istituire adeguate
imposte finalizzate a disincentivare le transazioni finanziarie a
breve termine ed efficaci controlli amministrativi sui movimenti di
capitale. Se non vi fossero le condizioni per operare in concerto,
sarà molto meglio intervenire subito in questa direzione a livello
nazionale, con gli strumenti disponibili, piuttosto che muoversi in
ritardo o non agire affatto.
L’esperienza storica insegna che per contrastare efficacemente la
deflazione bisogna imporre un pavimento al tracollo del monte salari,
tramite un rafforzamento dei contratti nazionali, minimi salariali,
vincoli ai licenziamenti e nuove norme generali a tutela del lavoro e
dei processi di sindacalizzazione. Soprattutto nella fase attuale,
pensare di affidare il processo di distruzione e di creazione dei
posti di lavoro alle sole forze del mercato è analiticamente privo di
senso, oltre che politicamente irresponsabile.
In coordinamento con la politica monetaria, occorre sollecitare i
Paesi in avanzo commerciale, in particolare la Germania, ad attuare
opportune manovre di espansione della domanda al fine di avviare un
processo di riequilibrio virtuoso e non deflazionistico dei conti con
l’estero dei Paesi membri dell’Unione monetaria europea. I
principali Paesi in avanzo commerciale hanno una enorme
responsabilità, al riguardo. Il salvataggio o la distruzione della
Unione dipenderà in larga misura dalle loro decisioni.
Bisogna istituire un sistema di fiscalità progressiva coordinato a
livello europeo, che contribuisca a invertire la tendenza alla
sperequazione sociale e territoriale che ha contribuito a scatenare la
crisi. Occorre uno spostamento dei carichi fiscali dal lavoro ai
guadagni di capitale e alle rendite, dai redditi ai patrimoni, dai
contribuenti con ritenuta alla fonte agli evasori, dalle aree povere
alle aree ricche dell’Unione.
Bisogna ampliare significativamente il bilancio federale dell’Unione
e rendere possibile la emissione di titoli pubblici europei. Si deve
puntare a coordinare la politica fiscale e la politica monetaria
europea al fine di predisporre un piano di sviluppo finalizzato alla
piena occupazione e al riequilibrio territoriale non solo delle
capacità di spesa, ma anche delle capacità produttive in Europa. Il
piano deve seguire una logica diversa da quella, spesso inefficiente e
assistenziale, che ha governato i fondi europei di sviluppo. Esso deve
fondarsi in primo luogo sulla produzione pubblica di beni collettivi,
dal finanziamento delle infrastrutture pubbliche di ricerca per
contrastare i monopoli della proprietà intellettuale, alla
salvaguardia dell’ambiente, alla pianificazione del territorio, alla
mobilità sostenibile, alla cura delle persone. Sono beni, questi, che
inesorabilmente generano fallimenti del mercato, sfuggono alla logica
ristretta della impresa capitalistica privata, ma al contempo
risultano indispensabili per lo sviluppo delle forze produttive, per
l’equità sociale, per il progresso civile.
Si deve disciplinare e restringere l’accesso del piccolo risparmio e
delle risorse previdenziali dei lavoratori al mercato finanziario. Si
deve ripristinare il principio di separazione tra banche di credito
ordinario, che prestano a breve, e società finanziarie che operano sul
medio-lungo termine.
Contro eventuali strategie di dumping e di “esportazione della
recessione” da parte di paesi extra-Ume, bisogna contemplare un
sistema di apertura condizionata dei mercati, dei capitali e delle
merci. L’apertura può essere piena solo se si attuano politiche
convergenti di miglioramento degli standard del lavoro e dei salari, e
politiche di sviluppo coordinate.
≈≈≈
Siamo ben consapevoli della distanza che sussiste tra le nostre
indicazioni e l’attuale, tremenda involuzione del quadro di politica
economica europea.
Siamo tuttavia del parere che gli odierni indirizzi di politica
economica potrebbero rivelarsi prestoinsostenibili.
Se non vi saranno le condizioni politiche per l’attuazione di un
piano di sviluppo fondato sugli obiettivi delineati, il rischio che si
scateni una deflazione da debiti e una conseguente deflagrazione della
zona euro sarà altissimo. Il motivo è che diversi Paesi potrebbero
cadere in una spirale perversa, fatta di miopi politiche nazionali di
”austerità” e di conseguenti pressioni speculative. A un certo
punto tali Paesi potrebbero esser forzatamente sospinti al di fuori
della Unione monetaria o potrebbero scegliere deliberatamente di
sganciarsi da essa per cercare di realizzare autonome politiche
economiche di difesa dei mercati interni, dei redditi e
dell’occupazione. Se così davvero andasse, è bene chiarire che non
necessariamente su di essi ricadrebbero le colpe principali del
tracollo della unità europea.
≈≈≈
Simili eventualità ci fanno ritenere che non vi siano più le
condizioni per rivitalizzare lo spirito europeo richiamandosi ai soli
valori ideali comuni. La verità è che è in atto il più violento e
decisivo attacco all’Europa come soggetto politico e agli ultimi
bastioni dello Stato sociale in Europa. Ora più che mai, dunque,
l’europeismo per sopravvivere e rilanciarsi dovrebbe caricarsi di
senso, di concrete opportunità di sviluppo coordinato, economico,
sociale e civile.
Per questo, occorre immediatamente aprire un ampio e franco dibattito
sulle motivazioni e sulle responsabilità dei gravissimi errori di
politica economica che si stanno compiendo, sui conseguenti rischi di
un aggravamento della crisi e di una deflagrazione della zona euro e
sulla urgenza di una svolta di politica economica europea.
Qualora le opportune pressioni che il Governo e i rappresentanti
italiani delle istituzioni dovranno esercitare in Europa non
sortissero effetti, la crisi della zona euro tenderà a intensificarsi
e le forze politiche e le autorità del nostro Paese potrebbero esser
chiamate a compiere scelte di politica economica tali da restituire
all’Italia un’autonoma prospettiva di sostegno dei mercati interni,
dei redditi e dell’occupazione.
ADESIONI
Nicola Acocella (Università di Roma ‘La Sapienza’), Roberto Artoni
(Università Bocconi), Aldo Barba (Università di Napoli ‘Federico
II’), Enrico Bellino (Università Cattolica di Milano), Sergio
Beraldo (Università di Napoli ‘Federico II’), Paola Bertolini
(Università di Modena e Reggio Emilia), Mario Biagioli (Università di
Parma), Salvatore Biasco (Università di Roma ‘La Sapienza’),
Adriano Birolo (Università di Padova), Giovanni Bonifati (Università
di Modena e Reggio Emilia), Bruno Bosco (Università di Milano
Bicocca), Paolo Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Emiliano
Brancaccio (Università del Sannio), Katia Caldari (Università di
Padova), Rosaria Rita Canale (Università Parthenope di Napoli),
Francesco Carlucci (Università di Roma ‘La Sapienza’), Maurizio
Caserta (Università di Catania), Lucilla Castellucci (Università di
Roma ‘La Sapienza’), Duccio Cavalieri (Università di Firenze),
Sergio Cesaratto (Università di Siena), Laura Chies (Università di
Trieste), Guglielmo Chiodi (Università di Roma ‘La Sapienza’),
Roberto Ciccone (Università Roma Tre), Giorgio Colacchio (Università
del Salento), Lilia Costabile (Università di Napoli ‘Federico
II’), Francesco Crespi (Università Roma Tre), Carlo Devillanova
(Università Bocconi), Carmela D’Apice (Università Roma Tre),
Marcello De Cecco (Scuola Normale Superiore di Pisa), Pasquale De Muro
(Università Roma Tre), Elina De Simone (Università Orientale di
Napoli), Giancarlo De Vivo (Università di Napoli ‘Federico II’),
Davide Di Laurea (ISTAT), Amedeo Di Maio (Università Orientale di
Napoli), Antonio Di Majo (Università Roma Tre), Fernando Di Nicola
(ISAE), Giuseppe Di Vita (Università di Catania), Leonardo Ditta
(Università di Perugia), Sebastiano Fadda (Università Roma Tre),
Riccardo Faucci (Università di Pisa), Alberto Feduzi (Università Roma
Tre), Stefano Figuera (Università di Catania), Massimo Florio
(Università di Milano), Giuseppe Fontana (Università del Sannio),
Guglielmo Forges Davanzati (Università del Salento), Saverio Fratini
(Università Roma Tre), Lia Fubini (Università di Torino), Stefania
Gabriele (ISAE), Pierangelo Garegnani (Università Roma Tre), Andrea
Ginzburg (Università di Modena e Reggio Emilia), Enrico Giovannetti
(Università di Modena e Reggio Emilia), Claudio Gnesutta (Università
di Roma ‘La Sapienza’), Augusto Graziani (Università di Roma ‘La
Sapienza’), Andrea Imperia (Università di Roma ‘La Sapienza’),
Bruno Jossa (Università di Napoli ‘Federico II’), Paolo Leon
(Università Roma Tre), Sergio Levrero (Università Roma Tre), Paolo
Liberati (Università Roma Tre), Stefano Lucarelli (Università di
Bergamo), Giorgio Lunghini (Università di Pavia), Vincenzo Maffeo
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Ugo Marani (Università di
Napoli ‘Federico II’), Maria Cristina Marcuzzo (Università di Roma
‘La Sapienza’), Ferruccio Marzano (Università di Roma ‘La
Sapienza’), Fabio Masini (Università Roma Tre), Giovanni Mazzetti
(Università della Calabria), Luca Michelini (Università LUM),
Salvatore Monni (Università Roma Tre), Mario Morroni (Università di
Pisa), Marco Musella (Università di Napoli ‘Federico II’), Oreste
Napolitano (Università di Napoli ‘Parthenope’), Sebastiano Nerozzi
(Università Cattolica di Milano), Mario Nuti (Università di Roma
‘La Sapienza’), Guido Ortona (Università del Piemonte Orientale),
Ugo Pagano (Università di Siena), Daniela Palma (ENEA), Antonella
Palumbo (Università Roma Tre), Sergio Parrinello (Università di Roma
‘La Sapienza’), Marco Passarella (Università di Bergamo), Rosario
Patalano (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Perri
(Università di Macerata), Cosimo Perrotta (Università del Salento),
Fabio Petri (Università di Siena), Antonella Picchio (Università di
Modena e Reggio Emilia), Marco Piccioni (Università di Napoli
‘Federico II’), Federico Pirro (Università di Bari), Massimo
Pivetti (Università di Roma ‘La Sapienza’), Felice Roberto Pizzuti
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Elena Podrecca (Università di
Trieste), Paolo Ramazzotti (Università di Macerata), Fabio Ravagnani
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Riccardo Realfonzo
(Università del Sannio), Angelo Reati (ISEG), Sergio Rossi
(Università di Friburgo), Francesco Scacciati (Università di Torino),
Giovanni Scarano (Università Roma Tre), Roberto Schiattarella
(Università di Camerino), Ernesto Screpanti (Università di Siena),
Annamaria Simonazzi (Università di Roma 'La Sapienza'), Riccardo
Soliani (Università di Genova), Luca Spinesi (Università di
Macerata), Antonella Stirati (Università Roma Tre), Francesca
Stroffolini (Università di Napoli ‘Federico II’), Stefano Sylos
Labini (ENEA), Valeria Termini (Università Roma Tre), Mario Tiberi
(Università di Roma ‘La Sapienza’), Guido Tortorella Esposito
(Università del Sannio), Paolo Trabucchi (Università Roma Tre),
Attilio Trezzini (Università Roma Tre), Pasquale Tridico (Università
Roma Tre), Domenica Tropeano (Università di Macerata), Vittorio Valli
(Università di Torino), Michelangelo Vasta (Università di Siena),
Alessandro Vercelli (Università di Siena), Carmen Vita (Università
del Sannio), Adelino Zanini (Politecnica delle Marche), Gennaro Zezza
(Università di Cassino).
Approfondimento dalla nota: Per sovrapproduzione o per sottoconsumo ?
http://www.socialismoesinistra.it/web/economia/44-economia-contributi/571-appello-di-cento-economisti-contro-il-liberismo.html
circa un'ora fa · Commenta · Non mi piace più · Segnala la nota
A te e altri 59 piace questo elemento.
Giorgio Beretta Era tempo che qualche economista vero si muovesse e
dicesse come stanno le cose. Purtroppo pero' si tratta di cose
talmente evidenti (ovvio che non si possa puntare a una crescita dei
consumi e contemporaneamente deprimere il potere di acquisto globale
dei consumatori, i quali sono in massima parte lavoratori salariati)
che non è pensabile che i politici non se ne siano resi conto già da
parecchi anni. Allora non resta altro che pensare che i governi siano
tenuti in ostaggio dagli speculatori?
circa un'ora fa · Mi piace · 2 persone ·
Alessandro Mar Bellissimo! E daje Acocella e Parrinello!!
58 minuti fa tramite Facebook Mobile · Mi piace ·
Domenico Medugno default.............
54 minuti fa · Mi piace ·
Andrea Quaranta Era l'ora! dopo decenni di pensiero unico, in cui le
voci fuori dal coro si contavano sulla punta delle dita. C'è voluta la
crisi del 2008 per affrancarsi dall'ideologia ultraliberista. Adesso
anche qualche professorone bocconiano de Chicag...Mostra tutto
52 minuti fa · Mi piace · 1 persona ·
Daniel Fedel finche al comando delle banche centrali ci sono dei
burattini incompetenti come Bernanke e Trichet nn vedo come le cose
possano cambiare.... anke con il futuro ingresso di Draghi alla BCE nn
vedo buone prospettive...... il sistema bancario ormai è a pezzi e
completamente drogato...... a meno di una completa rivoluzione in
campo economico e finanziario nn vedo vie d'uscita...
34 minuti fa · Mi piace ·
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